EXCALIBUR 107 - marzo 2019
in questo numero
Max Weber, etica e politica
Lezioni dal passato per politici distratti
di Angelo Marongiu
Sopra: Max Weber (Erfurt, 1864 - Monaco, 1920)
Sotto: Matteo Salvini in versione goliardica
Max Weber è certamente una delle figure preminenti del pensiero europeo del Novecento.
La sua figura di pensatore spazia in ambiti diversi, dall'economia alla filosofia, dalla sociologia alla storia.
Egli elabora un concetto di sociologia in cui le scienze sociali devono cercare un approccio ai problemi non limitato alla scoperta ed alla spiegazione delle cause dei fenomeni sociali, ma anche comprenderne la natura con riferimento ai valori culturali che li originano.
Egli - influenzato in ciò dallo storicismo tedesco - adotta un approccio storico allo studio della società, cercando di individuare le specifiche caratteristiche di ogni epoca storica e di ogni società.
Si interessa tra le altre cose alla nascita ed allo sviluppo del capitalismo, respingendo la concezione esclusivamente materialista di Marx, convinto che i valori e le credenze contribuiscono a creare le stratificazioni sociali allo stesso modo delle condizioni economiche.
Vede nel sistema religioso - tra l'altro - un elemento fondamentale dell'organizzazione sociale e postula ad esempio lo sviluppo del capitalismo in relazione all'affermarsi dell'etica protestante.
È a quest'etica che attribuisce la nascita del capitalismo, della burocrazia e dello stato razionale e legale dei paesi occidentali. Weber definì lo Stato come «un'entità che reclama il monopolio dell'uso legittimo della forza», definizione ormai centrale nello studio delle scienze politiche.
Le sue speculazioni si muovono all'interno di una filosofia dei valori, i cui presupposti sono la distinzione tra essere ("sein") e dover essere ("sollen") e il riconoscimento di una pluralità di valori cui ispirarsi, valori non assoluti e immutabili, ma che cambiano nel tempo e nello spazio e sono pertanto relativi.
Presuppone quindi l'esistenza di valori numerosi ed inconciliabili, in conflitto tra loro, e definisce tale fenomeno come "collisione dei valori". Questo frazionamento dei valori Weber lo trasferisce anche nel campo dell'etica, alla quale egli dedica il suo importantissimo saggio "Tra due leggi". Questi concetti vengono sviluppati successivamente, nella conferenza tenuta a Monaco nel gennaio 1919, un anno prima della sua morte. Sul tema "Politica come professione", espone magistralmente il tema del rapporto tra etica e politica.
Il suo "politeismo dei valori" si declina nell'etica sotto forma del dualismo tra "l'etica dei princìpi" e "l'etica delle responsabilità". La prima forma etica - l'etica dei princìpi - fa riferimento a princìpi assoluti, che spingono ad operare a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono. È il tipico caso dell'etica del religioso e del fanatico idealista. Essi agiscono sulla base di ben precisi princìpi - assoluti - senza porsi il problema delle conseguenze che da essi scaturiranno: ne sono testimonianza in particolare i martiri per fede e le stragi a sfondo religioso o suprematista.
La seconda forma di etica - l'etica delle responsabilità - è quella secondo la quale si agisce sulla base di precisi princìpi - ma mai assoluti - tenendo ben conto delle conseguenze che scaturiscono dal proprio agire. È questa l'etica pertinente alla politica.
Queste due etiche sono opposte ed inconciliabili, in una dicotomia di per sé stessa non negoziabile, e si riferiscono a due modi diversi di intendere la politica.
Sono passati esattamente 100 anni da questa magistrale lezione e non possiamo fare a meno di gettare uno sguardo nel piccolo orticello di casa nostra ed ai princìpi ispiratori (chiamiamoli pure così) della politica e dei comportamenti della coalizione gialloverde.
È indubbio che ricordando la campagna elettorale - in particolare del Movimento 5 Stelle - questa fosse infarcita di slogan assoluti: onestà innanzitutto, probità, inconciliabilità con certi partiti, e via discorrendo.
Anche la Lega si è fatta voce stentorea di princìpi roboanti - dal no all'immigrazione incontrollata, alla sacralità della vita e dei beni del cittadino e, anche loro, al rifiuto di coalizioni con partiti o movimenti non affini.
La realtà ha ribaltato questi proclami. Qualcuno potrebbe osservare che - giustamente - si sono convertiti da un'etica dei princìpi ad un'etica delle responsabilità.
Esaminiamo il caso della nave Diciotti e dell'incriminazione di Salvini. Sulla base della loro etica dei principi il M5S avrebbe dovuto autorizzare la messa sotto processo del Ministro degli Interni e addirittura rompere la coalizione (mai con un incriminato). Non è andata così: hanno sostenuto che la decisione di Salvini fosse una decisione politica, di tutto il governo. Bene: si sono convertiti all'etica delle responsabilità e quindi decideranno di votare contro il processo.
Non è andata così: anche cambiare idea a volte è un atto di coraggio. Hanno deciso di non decidere e quindi hanno demandato ad una ridicola votazione dei loro iscritti ed alla piattaforma Rousseau la sentenza sul processo o meno. Gli esiti li conosciamo tutti o per lo meno conosciamo ciò che i signori del Movimento hanno affermato essere successo.
Dall'altro lato non è che sia andata meglio: certo alcune affermazioni in campagna elettorale sono state rispettate, ma se al Movimento 5 Stelle può addursi l'attenuante della scarsa dimestichezza politica ed una visione un po' fanciullesca della politica, la Lega è un animale politico abituato a governare in città e regioni importanti.
Ed allora non possono partire proclami e sparate sull'uscita dall'euro (da parte del responsabile economico della Lega e presidente della Commissione Bilancio della Camera) da farsi se le elezioni europee dovessero andare in modo diverso dalle loro aspettative.
Giustificazione: «è il mio pensiero», come se non avesse alcun ruolo istituzionale. E se spread e borse fibrillano e vengono chieste spiegazioni su tali affermazioni ha poca importanza, come se quella persona non avesse o ricoprisse posti di responsabilità.
Ma queste esternazioni e questi comportamenti - tipici di chi non ha nessuna etica - si moltiplicano. Dalla visita ai "gilet gialli" di Parigi (Di Maio) alla ventilata chiusura domenicale dei negozi (Salvini), dal rinvio della decisione sulla Tav all'incertezza costante su ogni decisione che in qualche modo presuppone un'assunzione di atteggiamenti e decisioni responsabili, il tutto finalizzato al vantaggio del proprio consenso elettorale e non a vantaggio dell'intero paese che essi hanno deciso di governare.
Approssimazione ed ignoranza sono alla base dei comportamenti gialloverdi: dal Venezuela (l'Italia è l'unico paese importante nella Comunità che non ha saputo decidere da che parte stare), agli insulti alla Francia (e richiamo dell'ambasciatore da parte dell'Eliseo, con Mattarella che si è dovuto inginocchiare davanti a Macron), fino all'accordo con Pechino sbandierato con spocchiosa sicurezza, dimenticando che - per ora - l'Italia fa parte di una Comunità e che ha partner ed alleati coi quali confrontarsi che con Pechino hanno stabilito una prudente linea di condotta che noi abbiamo tranquillamente deciso di ignorare.
Max Weber diceva anche che l'uomo che sceglie la carriera politica ha la soddisfazione di sentirsi potente. Ma deve essere capace di assumersi la responsabilità delle conseguenze, positive e negative, delle proprie azioni, senza scaricarle su altri o imputarle ad altre cause.
Chi non possiede queste caratteristiche corre il rischio di cadere nella trappola della vanità e finisce per perseguire l'apparenza vuota del potere e di trasformare la politica in una sorta di godimento personale.
Questi concetti sono stati espressi a Monaco il 28 gennaio 1919.
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