EXCALIBUR 159 - ottobre 2023
in questo numero

Hic manebimus optime

A un anno dalla costituzione del governo Meloni

di Angelo Abis
È tempo di bilanci
È tempo di bilanci
A un anno della costituzione di un governo di centro-destra guidato, per la prima volta nella storia d'Italia, da una donna, è tempo di bilanci.
Vediamo un pò di non cadere nelle semplici banalità.
Prima constatazione: la Meloni è saldamente alla guida di un governo capace e di una maggioranza coesa, tiene il volante della macchina Italia con perizia e determinazione.
E non è cosa da poco se pensiamo che poco più di un anno fa quella macchina le fu praticamente regalata, anche se a furor di popolo, visto che il motore s'era ingrippato, freno e frizione erano fuori controllo, l'autista se l'era squagliata e il padrone non sapeva più cosa farne.
Fuor di metafora, nel non lontano 21 luglio 2022, il presidente del consiglio Mario Draghi si dimise dall'incarico pur essendo stato riconfermato dal voto del parlamento, sfatando la leggenda di un leader che dopo aver brillantemente superato la tempesta dell'epidemia covid avrebbe condotto l'Italia fuori dalla crisi economica e sociale causata dal fortissimo aumento del prezzo del gas.
Molto tempo dopo diede la colpa del suo abbandono alla perenne rissa dei partiti in vista delle elezioni politiche previste per la primavera del 2023. In realtà il suo abbandono rappresentava la fine inevitabile di un sistema politico sorto dalle ceneri della democrazia parlamentare, sostanzialmente affondata dall'operazione "mani pulite".
Di fatto la crisi della classe politica e dei partiti della prima repubblica aveva fatto emergere o esorbitare dalle loro funzioni nuovi centri di potere quali la corrente di "magistratura democratica", i presidenti della repubblica, i resti della "gioiosa macchina di guerra" messa su dall'ex Pci Achille Occhetto e sbaragliata dall'imprevista discesa in campo di Berlusconi.
Da allora la democrazia italiana fondata sulla sovranità del popolo fu sostituita da un sistema più o meno autocratico basato sul presidente della repubblica, non più uomo super partes bensì schieratissimo, soprattutto a evitare le eventuali opposizioni al nuovo sistema. In questo quadro le forze politiche, il parlamento e tutti gli altri poteri dello stato erano totalmente subalterni. Mentre i presidenti, a loro volta, erano subalterni ai desiderata dell'asse franco-tedesco.
Da qui la doppia elezione di due presidenti della repubblica, l'eliminazione per via giudiziaria di Berlusconi, il niet al primo governo Conte per la nomina a ministro di Savona in quanto inviso ai Tedeschi, l'incriminazione di Salvini, ecc..
La fuga di Draghi lasciò tutti esterrefatti, nessuno fu in grado di proporre soluzioni alternative, né riuscì a inventarne Mattarella, che pure, in passato, era sempre riuscito a salvare il sistema, evitando accuratamente che si andasse a elezioni. Obtorto collo fu costretto a sciogliere le camere e a indire elezioni anticipate, proprio come aveva sempre chiesto la Meloni, inascoltata. In quel 25 settembre non ci fu partita: il centro-destra vinse alla grande soprattutto per assenza di competitori. Certamente la Meloni aveva le idee chiare, una strategia e un programma convincente.
Ma è anche vero che gli avversari si presentarono in ordine sparso, senza una coalizione degna di questo nome, senza programmi, se non una inesistente agenda Draghi, per giunta dando per scontata la vittoria della leader, con la speranza che poi a fermarla ci avrebbero pensato le democrazie occidentali ovviamente ostili a una leader di provenienza neo-fascista.
Il primo risultato di quella tornata elettorale fu che automaticamente si ristabilì un equilibrio fra i vari poteri dello stato. Il presidente della repubblica ritornò a essere una figura super partes, lasciando al governo la titolarità della politica estera e i rapporti con le altre nazioni. Si instaurarono buoni rapporti, al di là delle apparenze, persino con le forze dell'opposizione. Altrimenti non si capirebbe come mai Ignazio La Russa sia stato eletto presidente del senato con i voti della sinistra.
Malgrado la gravissima crisi economica e finanziaria, non montò nessuna rivolta sociale contro il governo, anzi il rapporto con i sindacati e con le organizzazioni imprenditoriali si pose su un piano di assoluta collaborazione culminata con l'invito della Cgil alla Meloni a partecipare al suo congresso.
Un altro merito riconosciuto non tanto al governo, quanto principalmente alla leader, è quello di aver raccolto una pressoché unanime considerazione nella comunità internazionale, muovendosi con accortezza e, grazie alla conoscenza delle lingue, di porsi in un rapporto confidenziale, ma alla pari, con i propri partners. Certamente la leader ha dinamizzato la nostra politica estera rimarcando di voler dire la sua in tutte le questioni europee e internazionali.
Ma la stessa Meloni ha potuto constatare, con un certo stupore, che l'Italia gode nel mondo di una buona reputazione. Cosa non strana, visto che a credere che l'Italia sia un paese sgangherato, inaffidabile, in perenne crisi lo pensano solo gli Italiani. All'estero ci giudicano secondo altri parametri: per esempio che abbiamo il 4º esercito della Nato, che siamo il 5º produttore al mondo di armi, che abbiamo 24 missioni militari all'estero, che siamo l'ottava potenza industriale.
Tutto bene quindi per il governo? Manco per niente! Se è pur vero che la macchina Italia si muove più speditamente che in passato, pur tuttavia la strada da percorrere per raggiungere i traguardi è tutta in salita, piena di buche, ostacoli e trabocchetti che si chiamano aumento degli sbarchi dei clandestini, pochissime risorse a disposizione, inflazione, problemi del bilancio e del debito pubblico, basso livello dei salari, ecc..
Come vedete tra i problemi non c'è quello di una opposizione in qualche modo pericolosa. Anzi!
La Meloni nel suo programma aveva un punto debole: l'appoggio incondizionato da un punto di vista politico e soprattutto militare all'Ucraina, proprio nel momento in cui la maggioranza dell'opinione pubblica italiana, sia a sinistra, ma anche a destra, si dichiarava ostile all'invio di armi a Zelensky.
Ebbene, pur in un frangente a loro così favorevole, le opposizioni tutte si schierarono col governo. Ciò che stupisce nel presidente del consiglio è che, con tutte le rogne che si ritrova in Italia, si stia muovendo, a dir la verità non da oggi, per un progetto a dir poco azzardato: essere lei dopo lei elezioni del 2024, l'asse portante della nuova Europa tutta volta a destra.
Auguri presidente!
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